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Non abbiamo ancora chiara percezione sull’esito della sospensione dei bombardamenti su Aleppo delle aviazioni di Mosca e Damasco, ma, dalle notizie che giungono alle nostre orecchie, di sicuro non ci è permesso essere fiduciosi. Una sospensione delle attività di guerra, infatti, non rappresenta ancora per definizione una tregua. Perchè essa funzioni, infatti, è fondamentale l’esistenza di un dialogo tra le parti in guerra all’interno di un contesto di mediazione internazionale tendente al raggiungimento di accordi di pace.

La sospensione a cui oggi assistiamo, invece, sembra più che altro un’azione del tutto legata all’effetto mediatico positivo che questa sospensione  assume se inserita all’interno di una strategia di comunicazione tesa a migliorare l’immagine di chi prende ed attua tale decisione dopo essere stato posto nel contesto internazionale dinanzi alle evidenze sulla gravità delle proprie pratiche belliche e delle proprie scelte politiche.

Di fatto questa sospensione cesserà presto senza aver portato grandi benefici per una popolazione civile allo stremo delle forze. Nei prossimi giorni ritorneremo, probabilmente e sistema mediatico permettendo, a vedere, purtroppo, le solite immagini di distruzione e morte a cui siamo stati abituati nelle ultime settimane. I sostegni umanitari per la popolazione torneranno ad essere precari; come, del resto, saranno rischiose le condizioni in cui il personale sanitario sarà nuovamente costretto ad operare.

Come affermato Venerdì scorso  dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il principe giordano Zeid Ra’ad al-Hussein, in riferimento ad Aleppo; la situazione è un “macello“. Quanto subito dalla popolazione civile è parificabile ad un “crimine di proporzioni storiche“, aggravato, potremmo dire, dall’assenza di volontà di gran parte della diplomazia internazionale nel trovare soluzioni di dialogo.

Ribaltando dialetticamente la storica affermazione di Carl Von Clausewitz in funzione del significato da dare a questa tregua (?), potremmo affermare che tale politica sembra essere il proseguimento della guerra con altri mezzi. Si invita una popolazione ad andarsene da una città quasi in macerie, a lasciare le proprie case o ciò che ne rimane, prima che gli attacchi riprendano. Ricordiamo che al momento vivono ad Aleppo circa 1.500.000 di abitanti che si vuole trasformare in profughi. Nulla a che vedere con il termine “diplomazia”.  Niente a che vedere con la “pace”; che, invece, appare termine inutile dinanzi agli interessi in movimento nel contesto di guerra siriano-iracheno.

Ciò che dispiace è che ogni volta che si assiste al fallimento della diplomazia, si assiste allo svilimento delle leggi di civiltà in favore della barbarie portata dalla legge del più forte; del resto la guerra non è soggetta ad altro che a questo.  Si assiste allo svuotamento di potere e di significato dei termini pace, diritto, diritti, crescita, umanità, socialità, dignità, solidarietà (solo per elencarne qualcuno…).

Siamo coscenti di non vivere nel mondo dei sogni, ma, sin quando tali vocaboli risulteranno sacrificabili sull’altare della guerra, per troppi siriani, come per tante altre popolazioni, vivere in questo mondo sarà paragonabile ad un incubo. Per tale motivo non si può non condividere Zeid Ra’ad al-Hussein quando afferma che “il fallimento collettivo della Comunità Internazionale per proteggere i civili e fermare questo spargimento di sangue dovrebbe tormentare ognuno di noi“.

Noi di WeAreOnlus aspettiamo che il resto della Comunità internazionale riesca a raggiungere altrettanta coscienza sui fatti. Il nostro impegno tramite i nostri progetti e le nostre missioni umanitarie rimane invariato.

Campo Profughi di Yazibagh – luogo del nostro progetto #WeAreSchool

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