A cura di Alessandro Vincenzi

Per chi come noi segue attentamente le vicende riguardanti la guerra civile siriana saprà che oggi è il terzo giorno delle negoziazioni ad Astana in Kazakistan fra governo siriano e sette fazioni dei gruppi ribelli moderati, tra cui Jaish Al Islam e l’Alto comitato per i negoziati nato come organizzazione per i precedenti negoziati a Ginevra, composta da vari gruppi dell’opposizione.

L’incontro organizzato da Turchia, Russia e Iran, forse in un primo momento più ambizioso, si risolverà molto probabilmente con un rafforzamento del cessate il fuoco tra le fazioni presenti in vista dei prossimi negoziati a Ginevra l’8 Febbraio patrocinati dall’ONU. Fra i grandi assenti tra gli organizzatori ci sono gli Stati Uniti che nonostante l’invito formale alla partecipazione da parte della Russia non hanno ancora mandato nessun inviato forse per via della transizione fra le amministrazioni Obama e Trump o per il disinteresse da parte di quest’ultimo. Assenti pure le fazioni curde, non desiderate da Ankara, e le fazioni estremiste come Jabhat Fateh al Sham (Al Nusra).

Nonostante la presenza all’ultimo momento dell’inviato ONU De Mistura in ruolo di mediatore, è ormai chiaro che gli esiti della crisi dipenderanno esclusivamente da questi tre organizzatori, ognuno dei quali ha forti interessi sul territorio e che allontanano sempre di più le speranze di una risoluzione da parte della comunità internazionale. Dopo la caduta di Aleppo il regime di Assad si è trovato in una situazione di vantaggio nelle trattative e sul piano internazionale, pure la Turchia ha rivisto la propria posizione passando da sostenitrice dei ribelli al riconoscere nel dittatore un futuro interlocutore visto l’andamento della guerra e rivolgendo le proprie preoccupazioni su una possibile ascesa curda.

Nonostante l’ulteriore ancoraggio alla guida del paese, o di quello che ne rimane, e alle prospettive vantaggiose delle negoziazioni la fine dei conflitti in Siria è ancora distante. Nemmeno una divisione in due aree, che alcuni ipotizzano, potrebbe durare: il reciproco disconoscimento che già attualmente vediamo è la prova che il compromesso è irraggiungibile e comprensibile. Per il governo siriano l’unità territoriale è fondamentale la quale implica la resa delle opposizioni, che non accetterebbero mai alla guida del paese Assad, come del resto nessun siriano fuggito dalle atrocità inflitte da quest’ultimo. Ad aggravare ancor di più la situazione sarà prossimamente la questione curda, una volta visto il declino dello Stato Islamico bisognerà fare i conti con le probabili richieste secessioniste dei curdi siriano-iracheni che saranno poco inclini a rinunciare all’autonomia conquistata duramente combattendo contro l’Isis.

Insomma, la regione rimane una polveriera sulla quale tutti gli attori in gioco sono seduti ignorando l’entità delle crisi che si andrebbero a generare, al prezzo di ulteriore sangue. Tributo che fanatismi e nazionalismi puntualmente chiedono alla popolazione civile.